lunedì 10 ottobre 2011

Sulla sovranità

L’esercizio della sovranità è fatto esercitando la potestà al proprio interno.

Possiamo, volendo esercitare appieno la nostra sovranità, senza procurare danno ad alcuno, sbizzarrirci in tutte le direzioni.




San Marino, 10 ottobre 2011/1711 d.F.R.


Spesso, specialmente negli ultimi tempi, ci sentiamo toccati nel profondo quando si parla di sovranità.

E’ un po’ come se ci sentissimo defraudati di un qualche cosa che ci appartiene da sempre e che è intimamente legato al nostro Paese.

Che cos'è la sovranità?

La possibilità di essere “liberi dagli uni e dagli altri”, un potere pieno e indipendente, come qualità giuridica e potestà politica.

Probabilmente però è un principio questo, quello della sovranità, che talvolta abbiamo esercitato male, oppure peggio ancora, vi sono state delle occasioni in cui poteva e doveva essere esercitato e non l’abbiamo fatto.

Per un certo periodo sono state forzate molte operatività fiscali, finanziarie e commerciali, specialmente fuori dai nostri confini e sotto l’ombrello della tanto nostra decantata sovranità.

Sono state talvolta attuate le così dette “pratiche dannose” da parte di operatori provenienti di solito fuori dai nostri confini, che hanno creato danni a chi, sammarinese o no, ha investito da sempre nel Paese.

In particolar modo nei rapporti con l’Italia sono pochi i settori nei quali non ci hanno contestato, anche in forma indiretta queste pratiche dannose.

Da quello fiscale a quello bancario, da quello della tutela della proprietà intellettuale a quello doganale.

Eppure ci siamo incanalati in percorsi, che ci permetteranno di esercitare in futuro appieno la nostra sovranità.

Scelte obbligate e indotte.

Università, arte, parco tecnologico e scientifico in primis.

L’esercizio della sovranità è fatto esercitando la potestà al proprio interno.

Possiamo, volendo esercitare appieno la nostra sovranità, senza procurare danno ad alcuno, sbizzarrirci in tutte le direzioni.

Prendere quindi seriamente in esame l’ipotesi di dotarsi d’infrastrutture idonee per gestire un flusso turistico diverso da quello attuale, quali ad esempio il ripristino della vecchia ferrovia Rimini -San Marino e la realizzazione a Torraccia, di un piccolo aeroporto per il trasporto passeggeri.

Proviamo a percorrere anche l’idea di far transitare sulle nostre strade solo auto elettriche e ristrutturare la nostra offerta turistica compatibilmente all’ambiente in cui viviamo.

Ha infine perfettamente ragione Paolo Barnard, nell’intervista rilasciata questa settimana al quotidiano sammarinese l’Informazione, quando parla di verificare la possibilità, al fine di superare questa grave crisi finanziaria, di emettere direttamente la nostra moneta (lo scudo sammarinese?) e risolvere così buona parte dei nostri problemi.

In definitiva proviamo ad esercitare in maniera intelligente quello che è la nostra più grande ricchezza: la sovranità ossia la concreta possibilità di autodeterminare il nostro destino. Facciamolo! Con creatività, intelligenza e a tempi brevi, possibilmente cercando di individuare soluzioni che al momento sono a portata di mano, ma richiedono solo un po’ di coraggio per essere adottate.


Alberto Rino Chezzi


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Nel riquadro: “COME SOTTO COSI’ SOPRA” – 2004 – Ciaccaezetazetai – olio su tela e denim – cm 100 x 100 – courtesy of Ec Foundation

domenica 2 ottobre 2011

La lista rossa o red list

Volendo trasportare e applicare alla politica nostrana il meccanismo della black list, la maggioranza dei nostri Consiglieri vi rientrerebbe a pieno titolo, con la quasi totalità dei partiti, sia di maggioranza sia di opposizione, in procedura rafforzata.


San Marino 3 ottobre 2011/1711 d.F.R.


Il Moneyval ci ha promosso. Il "Decreto Mussoni" è stato approvato. La riforma delle pensioni pure. La Commissione antimafia è stata istituita. La riforma della PA e quella fiscale in dirittura d’arrivo. Tutto sembra giusto e perfetto e nello stesso tempo tutto sembra perfettamente inadeguato. Stiamo cambiando come sistema Paese ma il cambiamento prodotto è stato fortemente indotto dall’esterno. Le riforme promosse all’interno mancano sostanzialmente di coraggio, legate al contingente e senza prospettive. Tanto fumo e poco arrosto. La nostra classe politica sta veramente perdendo un treno importante. In attesa che si faccia chiarezza sull’inquietante vicenda degli eventuali legami tra camorra e politica, quest’ultima sembra più impegnata in un dialogo tra sordi tra opposizione e governo, incapace di rinnovarsi negli uomini e nelle idee, legata alla gestione del potere fine a se stessa, senza un’alta idealità e visione della società che potrà essere. Siamo ancora qui a discutere di Casinò, soluzione a tutte le nostre difficoltà economiche, e noto addormentare di coscienze e ricettacolo di interessi spesso inconfessabili. Tralasciando cultura, arte, turismo, formazione, innovazione, ricerca. L’incentivazione di un’economia produttiva, magari tecnologicamente avanzata, che è l’unica sana. Il malessere incomincia a diffondersi, come testimonia l’azione promossa dai cosi detti “indignados” durante l’insediamento dei nuovi Capitani Reggenti, che non ha precedenti nel corso della nostra millenaria storia. La leadership che fino ad oggi ha guidato il Paese, invece di fare un passo indietro assumendosi così la responsabilità politica della gestione degli ultimi trent’anni, si propone come il nuovo con le solite, consumate e anacronistiche formule. Non può essere la stessa classe politica che ci ha governato negli ultimi trent’anni a fare le riforme necessarie. Politici che siedono in Consiglio Grande e Generale o che hanno ricoperto il ruolo di Segretari di Stato ininterrottamente da decenni, che hanno cambiato formazione politica con la stessa disinvoltura con cui si cambia un treno, stipendiati direttamente dai partiti o dalla pubblica amministrazione vera formazione politica al governo. Con palesi conflitti d’interessi. Volendo trasportare e applicare alla politica nostrana il meccanismo della black list, la maggioranza dei nostri Consiglieri vi rientrerebbe a pieno titolo, con la quasi totalità dei partiti, sia di maggioranza sia di opposizione, in procedura rafforzata. E’ quindi una classe politica da tenere altamente monitorata, che va indirizzata verso un percorso di ricambio e di maggiore trasparenza. Con obbligo di rendiconto nei confronti dell’elettorato. Dando la massima pubblicità, a chi ha fatto bene e a chi ha operato male. Anzi più che una black list (lista nera) andrebbe redatta una red list (lista rossa), affinché appaia un minimo di rossore di vergogna per chi nonostante tutto vuole continuare a gestire, controllare il Paese a fini che non sono quelli d’interesse generale.


Alberto Rino Chezzi

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Nel riquadro: “1000 RIGHE” – 2003 – Ciaccaezetazetai – olio su denim – cm 100 x 100 – courtesy of Ec Foundation

lunedì 19 settembre 2011

Gabriele Gatti e l'Università

Purtroppo non si può però fare nessun addebito a Gabriele Gatti che, da politico abile e consumato qual è, ha promosso un’azione esterna affinché potesse raggiungere questo importante traguardo.



San Marino 19 settembre 2001/1711 d.F.R.


Nonostante le proteste di alcuni cittadini, promosse prima su facebook e resisi concrete poi con la manifestazione del Pianello, la maggioranza in Consiglio Grande e Generale ha nominato, giovedì della scorsa settimana, Gabriele Gatti Capitano Reggente con Matteo Fiorini. E’ stata questa l’ennesima dimostrazione della lontananza della politica dalla gente. La nostra classe politica e in particolar modo il partito di maggioranza relativa all’interno del Patto per San Marino, ha mostrato di aver compiuto una scelta come minimo inopportuna. Non si è minimamente considerato che la stessa persona, eletta comunque con tutti i crismi della legalità, è quella che ha retto la nostra politica estera per vent’anni e negli ultimi tempi anche la politica finanziaria e fiscale. Può anche essere che qualche responsabilità, piccola o grande che sia, dell’attuale situazione in cui versa la Repubblica gli sia attribuibile. Non si è minimamente considerato che quella stessa persona è al centro, anzi punto snodale nella vicenda, per noi dolorosa, chiamata “affaire” Cassa di Risparmio della Repubblica di San Marino e Gruppo Delta. Purtroppo non si può però fare nessun addebito a Gabriele Gatti che, da politico abile e consumato qual è, ha promosso un’azione esterna affinché potesse raggiungere questo importante traguardo. La polemica inerente la nomina di Gabriele Gatti, alla più alta carica istituzionale del nostro Paese, nasce probabilmente dal fatto che la politica negli ultimi decenni non ha saputo rinnovarsi negli uomini e nelle idee. Certo, è vero anche come, lo stesso Gatti, non abbia mai incoraggiato nuove figure all’interno del suo partito in grado di sostituire la sua leadership. La protesta forse, era più giusto farla in Via delle Scalette, poiché oramai, il Consiglio Grande e Generale, ha sempre meno la centralità della vita politico amministrativa del Paese. Anche a causa dell’adozione di numerosi Decreti Legge e delle Commissioni. Tutto questo ha fatto passare in secondo piano un importante evento che è avvenuto mercoledì 24 agosto scorso. Ossia la firma dell’Accordo fra la Repubblica di San Marino e la Repubblica Italiana, sul reciproco riconoscimento dei titoli universitari al fine del proseguimento degli studi. Chiunque consegua la laurea in una delle università aderenti all’accordo è dunque autorizzato da oggi a fregiarsene nell’altro Stato. L’Accordo offre nuove possibilità di sviluppo delle relazioni culturali fra i due Paesi e di scambio di esperienze e di conoscenze in campo scientifico e universitario. E’ una grandissima opportunità in definitiva per portarsi in casa il “sapere”. L’obiettivo deve però quello di ri-formare le coscienze dei cittadini e formare una classe dirigente all’altezza dei cambiamenti storici in atto. Sino a oggi, nella pubblica amministrazione le preoccupazioni principali sono state le indennità, le parentele, la politica e il mantenimento dell’incarico a scapito della formazione e della meritocrazia. Quella della formazione e della cultura è la strada obbligata per riappropriarci dei punti nevralgici del nostro piccolo Stato, oggi diretti e gestiti da non sammarinesi. Potrebbe essere la grande opportunità di ri-formare, magari rimandandoli a scuola preventivamente, se si vogliono candidare a occupare le tanto agognate poltrone, anche i nostri politici. Per verificare almeno se alberga in loro un minimo di senso dello Stato. Allora non vi sarebbe sicuramente la necessità di andare a manifestare sul Pianello.

Alberto Rino Chezzi


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Nel riquadro: “TEOREMA SCP” – 1999 – Ciaccaezetazetai – olio su denim – cm 100 x 100 – courtesy of Ec Foundation

lunedì 12 settembre 2011

1.711, l’anno che verrà

Molti cittadini incominciano, però, a credere che un cambiamento, anche nelle coscienze della politica, le più intelligenti almeno, avvenga e possa avvenire.

Un ritorno alle basi fondanti della nostra collettività, che non possono che essere repubblicane.



San Marino 12 settembre 2011/1711 d.F.R.


Siamo appena entrati nel 1.711° anno di vita dalla Fondazione della Repubblica e incredibilmente ci ritroviamo ancora vivi.

Con le ossa rotte ma ancora vivi.

Sono passati alla data del 3 settembre 2011/1710 d.F.R., “compleanno della nostra Repubblica” esattamente 1.337 giorni.

Poco più di tre anni e mezzo.

Eppure sembra solo ieri - 5 gennaio 2008/1707 d.F.R. - che, con l’operazione “Re Nero”, è iniziata l’operazione “ridimensionamento” della nostra già piccola Repubblica.

In questi 1.337 giorni, sono accaduti tanti eventi, impensabili solo qualche mese prima.

Il più colpito è stato il sistema bancario e finanziario, cuore del nostro sistema.

I vertici di tre banche sammarinesi arrestati, due banche commissariate.

Circa la metà delle finanziarie chiuse.

La raccolta delle nostre banche si è quasi dimezzata in questi tre anni, passando dai 14,4 MLD di euro del giugno 2008 ai 7,9 MLD di euro del giugno di quest’anno.

Banca centrale ha vissuto un discusso cambio dei vertici.

Anche il territorio limitrofo, con il quale da sempre si sono create sinergie di sviluppo, in particolar modo Rimini, ha pagato pesantemente l’attacco al sistema San Marino con il commissariamento di banche importanti a supporto del sistema locale.

La vicenda Delta ha sottratto ricchezza e distrutto posti lavoro, umiliando e mortificando non solo i protagonisti di una grande avventura industriale ma anche tutto un popolo.

La politica e le istituzioni non sono state in grado di difendere il buono che c’era nel sistema e che, nonostante checché se ne dica, era tanto.

Sia nei confronti degli attacchi esterni che di quelli interni.

Ci siamo risvegliati anche con infiltrazioni nel sistema della malavita organizzata, segno che i meccanismi di controllo, quelli importanti, non hanno funzionato.

Ci siamo indignati di fronte all’attacco alla nostra sovranità, senza renderci conto che in materia monetaria e valutaria non l’abbiamo mai avuta.

Sono venuti a meno tutti i capisaldi che hanno retto il nostro sistema negli ultimi trent’anni.

Dalle società anonime al segreto bancario.

Dallo scambio d’informazioni in automatico alle pianificazioni fiscali “al limite della legalità”.

Si è introdotto infine una normativa antiriciclaggio ben più stringente rispetto ai paesi così detti virtuosi, quelli appartenenti alle “white list” tanto per intenderci.

Siamo quindi profondamente cambiati.

Anche nelle coscienze.

Purtroppo questo è stato un cambiamento “indotto”.

Indotto dall’esterno e non scelto per precisa volontà.

Questo perché la nostra è una democrazia malata, ostaggio della politica che spesso ha logiche divergenti rispetto a quelle della collettività intera.

Risponde a esigenze e aspettative di parte, della così detta “maggioranza”, indipendentemente da chi governa.

Lo testimonia il fatto abbiamo tanti grandi politici, che sapranno sicuramente come muoversi nei complicati meandri della vita politica ma nessun statista o uomo dello stato, al servizio cioè della collettività.

Nell’ultima legislatura abbiamo assistito a numerose scissioni, riaggregazioni, fusioni, costituenti e nascita di nuovi movimenti.

Il tutto con il solo fine di spolpare un osso che di polpa non ne ha più.

Molti cittadini incominciano, però, a credere che un cambiamento, anche nelle coscienze della politica, le più intelligenti almeno, avvenga e possa avvenire.

Un ritorno alle basi fondanti della nostra collettività, che non possono che essere repubblicane.

Un ritorno cioè al valore della politica intesa come “servizio” alla collettività, a una gestione della cosa pubblica “res publica” nell’interesse comune.

Con la promozione e difesa ad oltranza dei principi base di ogni tutte le grandi repubbliche: libertà, uguaglianza e fratellanza.

E’ questo l’augurio che si può fare al nostro Paese per l’anno che verrà.


Alberto Rino Chezzi


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Nel riquadro: “TE-ME” – 2000 – Ciaccaezetazetai – olio su tela – cm 100 x 100 – courtesy of Ec Foundation


lunedì 5 settembre 2011

Sulla cooperazione, sperequazione e sussidiarietà

Risultato: un Consiglio Grande e Generale che è sempre meno principe e sovrano, con un significativo svilimento della centralità della vita politica del Paese che gli compete e una classe politica sempre più arrogante e pressapochista.





San Marino 5 settembre 2011/1711 d.F.R.


Mentre la politica sta individuando, realizzando e sperimentando nuove formule politiche, che onestamente oramai interessano i soli addetti ai lavori, non s’intravede da parte di questa un progetto di rilancio per il Paese.

Sia si tratti di partiti al Governo che di quelli all’opposizione.

Un Paese di fatto spaccato in due su diversi fronti.

Politico, poiché la maggioranza oramai ridotta a trenta Consiglieri contro i ventotto dell’opposizione, deve comunque cercare nuove sponde se vuole portare a termine tranquillamente la legislatura.

L’imperativo è di mettere l’avversario politico sempre all’angolo, piuttosto che individuare forme di cooperazione e convergenza politica, almeno sulle questioni più importanti nell’interesse generale.

Anche forzando con evidenti anomalie la nostra Carta dei Diritti e la legge elettorale, producendo micro e macro anomalie istituzionali.

Capitani Reggenti nominati nelle sedi dei partiti, decisioni politiche prese all’interno di un organismo extraconsiliare, quello del Patto nella fattispecie senza neanche confrontarle con il programma elettorale, l’utilizzo di un numero crescente di decreti legge.

Risultato: un Consiglio Grande e Generale che è sempre meno principe e sovrano, con un significativo svilimento della centralità della vita politica del Paese che gli compete e una classe politica sempre più arrogante e pressapochista.

Un Paese spaccato anche nel mondo del lavoro tra dipendenti pubblici e privati, tra frontalieri e non, tra dipendenti e autonomi.

I dipendenti pubblici, oramai divenuta lobby, intoccabili nei diritti acquisiti e nelle indennità, assunti con “chiamata” politica, senza l’utilizzo di concorsi e senza vincoli di sorta quali l’ufficio di collocamento.

I secondi sempre con un dubbio per il loro futuro, senza contratti rinnovati, con un mercato del lavoro ingessato che non facilita l’uscita dal mondo del lavoro, ma certamente neppure lo agevola. Soprattutto per i giovani.

Uno stato sussidiario alla società civile e ai privati piuttosto che uno stato ingombrante e onnipresente.

La libertà di poter scegliere opportunità alternative rispetto a quelle imposte dall’unico fornitore del servizio: la scuola e l’educazione, un esempio per tutti.

Il territorio semplicemente devastato, imbruttito non solo da un’eccessiva costruzione ma anche dalla manca di un piano regolatore che ha solo favorito i ritorni di preferenze elettorali del Segretario di turno.

In cantiere tre riforme: quella previdenziale, quella della Pubblica Amministrazione e quella fiscale.

In tutte e tre le riforme, evidente la mancanza di coraggio e il riformare per non cambiare nulla.

Anche alla luce delle mutate condizioni sociali, economiche, finanziarie e internazionali in cui si trova a operare San Marino.

Quella della Pubblica Amministrazione, appare più una riforma fatta ad hoc per i dirigenti, senza premiare la meritocrazia, senza una valutazione del personale, senza obblighi di formazione, senza responsabilità per chi eventualmente sbaglia. Nessuna previsione di condizioni che favoriscano la fuoriuscita di personale per alleggerire il carico di quest’appesantita macchina.

Manca una previsione di forte riduzione della burocrazia a favore dell’efficienza e della cortesia nei confronti degli utenti.

La riforma previdenziale fatta sempre nell’interesse delle future generazioni, guarda caso non tocca mai i privilegi di quelle presenti, rincorre sempre ed esclusivamente esigenze di cassa senza considerare la sostenibilità del presente.

Ciliegina sulla torta è la riforma fiscale, che potrebbe essere strumento di politica economica, e invece si riduce a mero maquillage per soddisfare impellenti esigenze di cassa cercando di non scontentare nessuno.

Non è stata data l’importanza e l’attenzione che meritano alle imprese, che sono poi quelle che garantiscono occupazione e gettito diretto e indiretto.

Non sono previste forme automatiche d’incentivazione reale per le imprese che investono e portano occupazione, o per chi già lo fa da qualche tempo.

Misure fiscali effettive a sostegno di nuove forme d’impresa, che contribuiscano anche al sociale, quali cooperative o imprese cogestite o compartecipate da chi lavora al proprio interno.

Incentivi alla ricerca, agli investimenti in formazione, nella cultura, nella solidarietà e nella cooperazione.

E’ una riforma che, di fatto, mantiene la sperequazione preesistente.

Quella dei tempi delle vacche grasse.


Alberto Rino Chezzi


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Nel riquadro: "Psychologist" - 1999 - Ciaccaezetazetai - olio su tela - cm 150 x 100 - courtesy EC foundation

lunedì 29 agosto 2011

L'altra speranza

L’altra speranza è, infine, che vi sia un vero risveglio delle coscienze, sulla possibilità di dire e fare altro dall’esistente; in ultima istanza di decidere una storia diversa.

Che vi sia una forte presa di coscienza e consapevolezza da parte di tutta la nostra piccola comunità che siamo cittadini di un Paese dalle tradizioni importantissime.




San Marino 29 agosto 2011/1710 d.F.R.


Probabilmente entro fine anno si arriverà alla tanta sospirata sottoscrizione degli accordi con la vicina Italia.

Probabilmente entro la fine dell’anno saranno portate a termine le riforme della pubblica amministrazione, del sistema fiscale e di quello previdenziale.

Probabilmente andremo anche a votare prima che la legislatura arrivi al suo naturale termine.

Tutto questo riaccende la speranza di lasciarci alle spalle i tre anni terribili che hanno, di fatto, piegato il Paese alle altrui volontà per ricominciare un nuovo percorso.

Ricostruire sulle ceneri per sperare in un futuro migliore.

E’ questa però una speranza che lascia l’amaro in bocca per quello che si poteva fare e non si è fatto.

Che esista forse un’altra speranza in un numero sempre maggiore di sammarinesi?

La speranza – come scrive Pablo Neruda – ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose, il coraggio per cambiarle.

A ben guardare in questi tre anni non è che poi sia cambiato così nel profondo il nostro Paese. L’altra speranza è che la politica riprenda e promuova e difenda le grandi idee e i grandi valori, quali la libertà, l’uguaglianza e la solidarietà.

Che non si riduca perciò solo a un’attività di piccolo cabotaggio quotidiano.

Tenendo sempre come riferimento principale la “Dichiarazione dei diritti dei cittadini e dei principi fondamentali dell'ordinamento sammarinese”.

Restituendo la centralità della vita politica del Paese al Consiglio Grande e Generale e non alle segreterie dei partiti e ai loro leader.

Riducendo al minimo gli strappi e le anomalie istituzionali.

L’altra speranza è che il lavoro e la laboriosità siano rimesse al centro dell’azione e della cultura sociale di questa piccola Repubblica e sia a tutti gli effetti, un diritto dovere così come indicato nella nostra Dichiarazione dei diritti.

Che sia favorita la cooperazione come una delle risposte possibili ad una crisi non solo economica e finanziaria ma anche di valori.

L’altra speranza è, infine, che vi sia un vero risveglio delle coscienze, sulla possibilità di dire e fare altro dall’esistente; in ultima istanza di decidere una storia diversa.

Che vi sia una forte presa di coscienza e consapevolezza da parte di tutta la nostra piccola comunità che siamo cittadini di un Paese dalle tradizioni importantissime.

Dobbiamo in definitiva risvegliare il nostro senso civico nella realtà quotidiana del nostro agire.

Sempre tenendo bene a mente la nostra Carta dei diritti la quale prevede ad esempio che tutti i cittadini hanno l’obbligo di concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.

Non serve perciò a nessuno ghettizzare fiscalmente alcune categorie rispetto ad altre.

Cosi come non è uno scandalo pensare che l'attività della pubblica amministrazione si conformi a criteri di legalità, imparzialità ed efficienza.

Quello che è mancato al nostro Paese sino a oggi è un linguaggio unitario.

Come insegna una grande scuola di pensiero “dove vi è linguaggio unitario vi è un mondo possibile di relazioni più profonde, non disseminato dalle infinite croci di chi pensa solo ai propri interessi”.

E’ questa l’altra speranza.


Alberto Rino Chezzi


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Nel riquadro: “ZIP” – 2003 – Ciaccaezetazetai – olio su denim – cm 100 x 150 – courtesy of EC Foundation

lunedì 8 agosto 2011

L'insostenibile leggerezza della politica

“Maquillage” che incidono minimamente sulla struttura, all’insegna sempre del cambiare tutto per non cambiare nulla, soprattutto le persone. Interventi leggeri, non efficaci e non rispondenti alle vere esigenze e alle sfide che saremo chiamati ad affrontare.



San Marino 8 agosto 2011/1710 d.F.R.

Le vicende finanziarie della scorsa settimana, che hanno investito l’Europa e l’Italia in particolare, stanno evidenziando come lo scenario nel quale si va a muovere San Marino sia sempre più complesso e pericoloso.

Lo specchio che ci ha offerto l’Italia è drammatico.

Soprattutto l’incapacità della politica, troppo presa da logiche di potere e di ricerca di consenso, di dare risposte in termini di riforme strutturali per affrontare un mondo che ha visto spostato il proprio baricentro da un’altra parte.

Di fatto l’Europa e l’America hanno commissariato Berlusconi, che aveva appena commissariato Tremonti che, ironia della sorte, è chi ha, di fatto, commissariato la nostra Repubblica.

In Italia vi è stata di fatto l’istituzione di un “governo tecnico”, dove le “forme” politiche locali sono fatte salve, ma le decisioni principali sono state prese da altri: Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York.

E’ un lasciarsi imporre decisioni impopolari, anziché prenderle per convinzione acquisita dopo civili dibattiti tra le parti.

Tutto questo è un po’ lo specchio di quanto accaduto a San Marino sino a oggi, ove le decisioni importanti (antiriciclaggio, società anonime, segreto bancario, scambio d’informazioni, collaborazione giudiziaria, lotta alle infiltrazioni mafiose, ecc.) ci sono state di fatto imposte pur salvaguardando la “forma” della politica locale.

Con due grandi differenze però.

La nostra classe politica, maggioranza e opposizione, ha perso inutilmente due anni e mezzo, nel rincorrere le solite e orami note logiche di spartizione del potere e di ricerca del consenso senza essere in grado di dettarsi almeno un’agenda sulle priorità da perseguire.

Scissioni, fusioni, costituenti, chi più ne ha più ne metta, all’insegna del cambiare tutto per non cambiare nulla, soprattutto le persone.

L’altra grande differenziazione è che in Italia, nonostante molte linee di condotta siano state suggerite dall’esterno o provengano dalle parti sociali, Industriali e Sindacati, talvolta con posizioni comuni (che cosa strana per noi sammarinesi), sicuramente la macchina si metterà in moto immediatamente.

Per far cosa?

Riforme strutturali: pareggio di bilancio per legge, riforma sistema fiscale e previdenziale, riduzione costi politica, riforma mercato del lavoro, taglio costi del pubblico e privatizzazioni, investimenti in ricerca e sviluppo formazione e cultura.

Riforme però queste vere e che incideranno profondamente nel sociale dell’Italia.

A San Marino invece, incontriamo insormontabili problemi e polemiche per dei semplici “maquillage” in ambito fiscale, previdenziale, di riforma del pubblico impiego (ammortizzatore sociale che non ha eguali al mondo), della giustizia e per ultimo nel mercato del lavoro.

“Maquillage” che incidono minimamente sulla struttura, all’insegna sempre del cambiare tutto per non cambiare nulla, soprattutto le persone.

Interventi leggeri, non efficaci e non rispondenti alle vere esigenze e alle sfide che saremo chiamati ad affrontare.

Come nel romanzo “L’insostenibile leggerezza dell’essere” c’è mostrato che nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile così lo sarà anche per la classe politica sammarinese, se non incomincerà a dare risposte adeguate a un’esigenza, oramai impellente, di profondo cambiamento del nostro sistema sociale ed economico.

Alberto Rino Chezzi


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Nel riquadro: “LA PIOGGIA” – 1999 – Ciaccaezetazetai – olio su tela – cm 100 x 150 – courtesy of Ec Foundation